7) Spinoza. Sui miracoli.
Dopo aver ridimensionato le profezie, Spinoza affronta il problema
dei miracoli. Secondo lui essi esprimono la necessit per il volgo
di dare comunque una spiegazione dei fenomeni che esso non  in
grado di comprendere in alcun altro modo.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, capitolo sesto.

Come gli uomini sono soliti definire divino quel sapere che
trascende le capacit umane di comprensione, cos sono abituati a
chiamare divino, oppure opera di Dio, ogni fenomeno la cui causa
 sconosciuta al volgo. Il volgo infatti ritiene che la potenza e
la provvidenza divine si manifestino nel modo pi luminoso
possibile quando accade in natura qualcosa di inconsueto e di
contrario all'opinione che per consuetudine esso ha riguardo alla
natura stessa, particolarmente se l'evento gli ha portato qualche
profitto o gli  riuscito vantaggioso. E cos il volgo  convinto
che la dimostrazione pi chiara dell'esistenza di Dio pu essere
data soltanto dal fatto che la natura non si attiene (cos si
crede) al proprio corso; perci esso ritiene che neghino Dio, o
quanto meno la provvidenza, tutti coloro che spiegano gli
accadimenti in genere e i miracoli in particolare mediante cause
naturali o che in tal modo si sforzano di comprenderli.
Il volgo crede, evidentemente, che Dio non faccia nulla quando la
natura agisce secondo l'ordine consueto, e viceversa che restino
oziose la potenza della natura e le cause naturali quando agisce
Dio. Ci si immagina pertanto due potenze nettamente separate l'una
dall'altra: la potenza di Dio e la potenza delle cose naturali,
quest'ultima tuttavia determinata da Dio in qualche particolare
modo o anzi (come i pi credono ai giorni nostri) da lui creata.
Ma che cosa poi il volgo intenda per l'una e per l'altra delle due
potenze, come concepisca Dio e la natura, ci invero non lo sa;
esso si raffigura la potenza divina come l'autorit di un monarca
assoluto e la potenza della natura come una sorta di violenza
senza freno.
Il volgo, pertanto, chiama miracoli o opere di Dio gli eventi
straordinari della natura; e, parte per zelo religioso, parte per
smania di osteggiare coloro che coltivano la scienza della natura,
desidera di ignorare le cause naturali delle cose e si mostra
voglioso di ascoltare soltanto ci che gli  del tutto oscuro e
che di conseguenza suscita la sua massima ammirazione. Il che
s'intende: infatti in nessun altro modo, se non escludendo le
cause naturali e immaginando cose estranee all'ordine della
natura, la moltitudine degli incolti pu adorare Dio e ricondurre
ogni cosa al suo dominio e al suo volere; essa non ammira mai
tanto la potenza divina come quando immagina che la potenza della
natura sia da lui quasi soggiogata.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 486-487.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/5. Capitolo
Nove.
8) Spinoza. I miracoli sono impossibili.
Secondo Spinoza non solo il lume naturale, ma anche la stessa
Bibbia insegnano che le leggi di natura non sono passibili di
mutamenti. L'ordine meccanicistico dell'universo non ammette
eccezioni. Quindi i miracoli sono impossibili.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, capitolo sesto ( pagina
204).

Tuttavia, prima di porre fine a questo capitolo, mi resta ancora
un avvertimento da dare. A proposito del miracolo ho proceduto con
un metodo del tutto differente da quello usato a proposito della
profezia. Circa la profezia, non ho affermato nulla che non
potesse essere ricavato dai princpi rivelati nei testi sacri;
invece, nel presente capitolo, ho tratto le conclusioni pi
importanti esclusivamente dai princpi che ci sono noti grazie al
lume naturale. E l'ho fatto di deliberato proposito, in quanto la
profezia, come tale, trascende le possibilit umane di
comprensione ed  questione propriamente teologica, e quindi non
potevo affermare nulla intorno ad essa, n sapere in che cosa
particolarmente consiste, se non basandomi sui dati fondamentali
della rivelazione. Mi sono visto cos costretto a trattare questo
argomento sotto un profilo storico e ad enucleare nel corso della
mia ricerca certi princpi che mi guidassero, per quanto
possibile, nella comprensione della natura della profezia e delle
sue caratteristiche. Non avevo invece bisogno di nulla di simile
per quanto riguarda i miracoli, dato che l'oggetto dell'indagine
(e cio se si possa ammettere che in natura accada qualcosa che
ripugni alle sue leggi o che comunque non dipenda da esse),
appartiene ad una tematica esclusivamente filosofica; anzi ho
ritenuto pi ragionevole risolvere la questione fondandomi sui
princpi noti per lume naturale, che sono poi quelli pi e meglio
noti. Dico che l'ho ritenuto pi ragionevole: perch, a dire il
vero, avrei anche potuto facilmente risolvere la questione solo in
base alle affermazioni dogmatiche della Scrittura, e lo mostrer
in poche parole perch possa essere palese a chiunque.
In pi di un luogo la Scrittura dice che la natura osserva un
ordine fermo e immutabile: cos in Salmo, CXLVIII, 6 e in Geremia,
trentunesimo, 35 e 36. Il Filosofo, inoltre, nel suo Ecclesiaste,
primo, 10, insegna nel modo pi reciso che in natura non avviene
mai nulla di nuovo e ai versetti 11 e 12, nel chiarire tale
sentenza, dice che accade talvolta qualcosa che sembra costituire
una novit, ma di novit realmente non si tratta perch un caso
identico si produsse in secoli precedenti dei quali  spento ogni
ricordo. Infatti, com'egli stesso dice, nessuna memoria dei tempi
antichi  presente nei contemporanei, cos come presso i posteri
non vi sar memoria di coloro che vivono oggi. Inoltre, sempre
nell' Ecclesiaste (terzo, 11), il Filosofo afferma che Dio ebbe a
stabilire esattamente ogni cosa nel suo tempo, e al versetto 14
dichiara di sapere che, qualunque cosa Dio faccia, essa permarr
in eterno e che nulla pu esserle n aggiunto n sottratto. Ci fa
capire in modo inequivocabile che la natura mantiene un ordine
stabile e non passibile di mutamenti, che Dio persistette identico
in tutte le ere a noi note e ignote, che le leggi della natura
sono tanto perfette e feconde che nulla pu esser loro aggiunto o
da esse eliminato, e finalmente che i miracoli sembrano essere
qualcosa di nuovo e di straordinario soltanto a causa
dell'ignoranza degli uomini.
Tutto ci si trova espressamente insegnato nella Scrittura, e in
nessuna parte di essa  detto che in natura accade qualcosa di
incompatibile con le sue leggi e che non possa venir ricondotto ad
esse: sarebbe quindi illecito attribuirle simili affermazioni. A
ci si aggiunge che i miracoli richiedono (come gi mostrammo)
condizioni e circostanze di fatto, che essi traggono origine non
da un presunto potere di monarca che il volgo malamente
attribuisce alla divinit, bens dalla volont e dal decreto
divino in quanto questo  tutt'uno con il regolato ordinamento
della natura (come del resto mostrammo anche alla luce della
stessa Scrittura), che infine artefici di miracoli sono stati
anche dei profeti ingannatori, come si pu sicuramente dimostrare
in base a Deuteronomio, dodicesimo[, 2 seguenti] e a Matteo,
ventiquattresimo, 24. Ne segue con la massima evidenza che i
miracoli raccontati dalla Scrittura furono fenomeni naturali e che
perci debbono essere spiegati in modo tale che essi non appaiano
n nuovi (per esprimermi come Salomone), n in contraddizione
con la natura; occorre al contrario, se  possibile, mostrare che
essi sono perfettamente attinenti al mondo naturale. E perch ci
possa esser fatto da chiunque pi agevolmente, ho formulato ed
esposto alcune regole tratte proprio dalla Scrittura.
Debbo peraltro precisare che, sostenendo che la Scrittura offre
tali insegnamenti, non intendo dire che essa li impartisce come
necessari alla salvezza, ma soltanto ai profeti hanno assunto un
punto di vista vicino al nostro. Ciascuno ha dunque la libert di
professare intorno a queste questioni le opinioni che gli sono pi
congeniali e pi idonee al fine di accogliere sinceramente nel
proprio animo i sentimenti religiosi e il culto dovuto alla
divinit. Flavio Giuseppe giudica anch'egli cos, e infatti scrive
nella conclusione al libro secondo delle Antichit: Nessuno
respinga la parola miracolo, se risulta dalla tradizione che ad
uomini di epoche remote, esenti da vizi, si aperse una via di
salvezza attraverso il mare, sia per volont divina, sia in modo
spontaneo e naturale; poich anche per coloro che tempo fa
seguivano Alessandro re di Macedonia, il mare di Pamfilia che li
separava dai nemici, si divise offrendo ad essi un transito, dato
che mancava ogni altra strada. Voleva Dio infatti in tal modo
distruggere l'impero persiano. Questo fatto  riconosciuto
concordemente come vero da tutti coloro che scrissero delle gesta
di Alessandro; pertanto giudichi ciascuno, di ci, secondo il
proprio criterio. Tali sono le parole di Giuseppe e tale  la sua
opinione circa la credenza nei miracoli.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 504-507.
